Mi sembra palese, leggendo i post di ieri, che non tutti abbiano chiara la vicenda Blasquez/Zangrillo. Qui si fa il tifo per il Genoa – al di là delle opinioni – quindi mi pare giusto ricostruirla con le informazioni disponibili, in maniera oggettiva e scevra da partigianeria. È una storia non completamente scritta, ma che si può inquadrare con sufficiente precisione, in attesa che si faccia piena luce sull’intera vicenda.
La storia del passaggio di proprietà del Genoa non nasce a Genova, né nei corridoi di Villa Rostan. Nasce molto lontano, tra New York e Miami, quando 777 Partners entra in una crisi finanziaria che travolge tutto ciò che controlla, compresi gli asset calcistici. In questo scenario un grande creditore americano, A‑Cap, diventa progressivamente il dominus effettivo della partita: non per passione calcistica, ma per necessità finanziaria.
È a questo punto che entra in campo una banca d’affari specializzata in ristrutturazioni, Moelis & Co., incaricata da A‑Cap di valutare, proteggere e, se necessario, vendere gli asset calcistici di 777, tra cui il Genoa.
Moelis non arriva per caso né per capriccio. Arriva perché A‑Cap, come creditore, ha l’interesse di evitare che il valore degli asset si deteriori. Il compito è tecnico: stimare il valore, esplorare scenari di cessione, garantire continuità. Ma quando questa logica entra in un club di calcio italiano, la tecnica si intreccia con la politica, la città, la tifoseria. Il Genoa diventa un “dossier” in un tavolo che si gioca fra Miami, New York e Genova.
In questa fase, 777 e il Genoa reagiscono con una smentita formale: nessun mandato diretto a Moelis per vendere il club. La frase è corretta, ma parziale. Moelis non lavorava per 777: lavorava per A‑Cap. E A‑Cap stava valutando la dismissione degli asset calcistici di 777. Due verità parallele, entrambe vere, che raccontano bene la tensione tra chi prova a difendere il controllo (777/Blasquez) e chi vuole rientrare dei propri crediti (A‑Cap/Moelis).
Dentro questo quadro si colloca il ruolo di Alberto Zangrillo. Nel CdA del Genoa non ha deleghe operative, perché la gestione è accentrata sul CEO, Andrés Blazquez. Ma in questa fase il potere non coincide più con le deleghe: Zangrillo è il volto istituzionale, il ponte con la città, il riferimento politico. È la figura che parla ai tifosi, alle istituzioni, ai media. È naturale che un advisor come Moelis, chiamato a valutare un asset radicato in un territorio complesso, abbia avuto contatti anche con lui: non per firmare contratti, ma per capire clima, rischi, sensibilità.
La svolta vera, però, avviene quando questo lavoro di valutazione sfocia in un’operazione concreta: un aumento di capitale e il subentro di Dan Șucu come nuovo proprietario. In termini industriali, la mossa è chiara: per stabilizzare il club e garantirne la continuità, serve nuova finanza.
L’operazione prevede un aumento di capitale nell’ordine di decine di milioni di euro, sottoscritto dal nuovo investitore, che di fatto rileva il controllo del Genoa e prende il posto di 777. L’aumento non è un dettaglio tecnico: è il meccanismo attraverso cui il club viene parzialmente “ripulito” dal peso del passato e reso appetibile per un nuovo ciclo. È l’esito concreto di quella fase in cui A‑Cap, Moelis e i vari soggetti coinvolti hanno valutato scenari, valori, rischi.
In questo contesto, A‑Cap e Moelis rischiano di perdere sia il controllo sia i crediti esposti, come effettivamente accadrà. Zangrillo non si fida di Blazquez; Blazquez vede con sospetto il ruolo di Zangrillo. A questo si aggiunge un’antipatia reciproca che diventa disistima. Cosa accada di preciso non lo sappiamo. Sappiamo però che Zangrillo vota l’operazione in CDA (nessun verbale ma nemmeno notizie di una sua opposizione) e l’operazione passa.
I consigli di amministrazione in quel periodo vengono descritti come tesi, “infuocati”, segnati dalla contrapposizione tra Zangrillo e Blazquez. Nel nuovo CdA, varato con il nuovo assetto proprietario, Zangrillo viene confermato ma svuotato di ruolo: non più presidente o vicepresidente, nessuna funzione, nessuna centralità, nessun riconoscimento formale di un peso politico. Non gli vengono tolte deleghe, perché non ne aveva, ma gli viene tolto spazio. In parallelo, il nuovo assetto vede emergere la figura di Dan Șucu come nuovo proprietario di riferimento, mentre il baricentro della governance si sposta definitivamente verso il binomio proprietario–CEO.
La frattura si consuma nel tempo e si formalizza il 27 ottobre 2025, quando l’assemblea dei soci approva il bilancio e revoca Zangrillo dal CdA “per giusta causa”. È un atto pesante, che certifica non solo una divergenza di vedute, ma una incompatibilità strutturale con la nuova governance. Pochi giorni dopo, un altro fronte si apre: A‑Cap presenta un esposto relativo alla cessione del Genoa e all’operazione che ha portato al subentro di Șucu, sostenendo di essere stata danneggiata. La Procura apre un fascicolo per truffa e ascolta dirigenti, advisor, membri del CdA. Tra questi, anche Zangrillo, come persona informata sui fatti.
Questo è il punto in cui le linee si incrociano. Se la Procura ritiene necessario ascoltare Zangrillo, significa che nella fase dell’aumento di capitale e del passaggio di proprietà non è stato un comprimario decorativo, ma un interlocutore informato, presente nelle dinamiche centrali. Sappiamo che Moelis lavorava per A‑Cap sul dossier Genoa, sappiamo che l’operazione si è concretizzata in un aumento di capitale che ha consentito il subentro di Șucu, sappiamo che Zangrillo era dentro quel perimetro e che la sua posizione nel club si è deteriorata fino alla revoca. Non sappiamo cosa contenessero eventuali messaggi scambiati con l’advisor, né se abbiano orientato in modo concreto le decisioni. Tutto ciò che va oltre questo perimetro, oggi, non è ricostruzione ma fantasia.
Il passaggio di proprietà del Genoa è stato il risultato di una lunga catena: la crisi di 777, l’intervento di A‑Cap, il mandato a Moelis, la ricerca di soluzioni, l’aumento di capitale, il subentro di Șucu, la tensione interna al CdA, la revoca di Zangrillo, l’esposto di A‑Cap, l’indagine della Procura. Una storia complessa, che non ha bisogno di complotti per essere seria. Ha bisogno di essere raccontata per quello che è: un’operazione di ristrutturazione finanziaria su un club storico, in cui advisor, creditori, vecchia e nuova proprietà, dirigenti e politica locale hanno occupato ciascuno il proprio ruolo, con conseguenze che oggi vediamo nei nomi sul campanello, nei numeri di bilancio e negli equilibri di potere.
Non sono in condizione di giudicare: mancano troppi tasselli. Spero solo di aver aiutato chi vuole farsi un’idea, in attesa che si chiarisca perché A‑Cap/Moelis abbiano lasciato accadere ciò che è accaduto e quale sia stato il ruolo di Blazquez dall’inizio alla fine. Cose che, al sottoscritto, non sono ancora del tutto chiare.