Lucarelli ha fatto il suo: ha preso una cosa vera, le ha dato due mani di sarcasmo, due di caricatura e una finale di vernice da Fatto Quotidiano: quella per cui, se riesci a ridicolizzare una costruzione politica, ti illudi di averla anche capita e di avere le armi per superarla.
Arguta, in certi passaggi anche parecchio. E il bersaglio, a tratti, lo prende eccome.
Ma il punto interessante non è la presa per il culo di Silvia Salis. Il punto interessante è perché una figura come Silvia Salis oggi venga percepita da una certa area come il formato ideale della leadership progressista.
Lo scrivevo qui sopra un paio d’anni fa: il prototipo della persona di sinistra moderna, oggi, non è affatto una figura “avanzata” nel senso in cui ama raccontarsela, ma una figura profondamente conservatrice. Sono di sinistra, personalmente, ma alla sinistra dovrei stare sul cazzo.
Non conservatore alla maniera della destra, sia chiaro.
La destra alla paura risponde come sempre: identità, confini, comando, appartenenza, gerarchia, uomo forte, protezione, armi.
La “mia” sinistra risponde invece in un altro modo: sterilizza, filtra, addomestica, ammansisce. Non affronta il conflitto: lo rende presentabile. Non prende il popolare e ci si sporca le mani: lo seleziona, lo educa, lo ripulisce, lo rende compatibile con il proprio ambiente.
Detta brutalmente: il progressista contemporaneo - come il sottoscritto - spesso crede di essere l’opposto del vecchio borghese destrorso. In realtà, tante volte, ne è solo la versione aggiornata.
Meno autoritaria, più educata. Meno reazionaria nel linguaggio, ma non per questo meno diffidente verso tutto ciò che è troppo vivo, troppo ruvido, troppo plebeo, troppo conflittuale, troppo poco certificato.
Una volta c’era il decoro borghese.
Oggi c’è la compatibilità progressista.
Una volta c’era il salotto buono.
Oggi c’è la Salis con i pannelli inclusivi e il dj set.
Sempre di filtro sociale si tratta.
E da questo punto di vista Lucarelli un nervo lo tocca davvero. Perché figure come Salis piacciono esattamente per questo: rassicurano. Danno l’idea di una sinistra moderna che non spaventa nessuno, che non puzza di popolo, che non ha spigoli, che non conosce il rischio di eccedere, che può anche sembrare alternativa senza mettere realmente in discussione nulla di essenziale.
Il problema è che poi Lucarelli, il Fatto e Travaglio fanno sempre la stessa fine: fiutano il falso e si fermano lì, godendosi il momento in cui lo smontano con la battuta giusta. Che è un talento giornalistico, non una linea politica.
Ed è esattamente il riflesso che abbiamo già visto nel grillismo: intercettare un malessere reale, azzeccare a volte perfino la diagnosi, e poi trasformare tutto in una postura sterile, moralistica, inconcludente. In una parola: velleitaria.
E infatti il Fatto spesso sta lì: in quella zona velleitaria dove ci si compiace della decomposizione altrui senza mai produrre una forma politica migliore, anzi contribuendo spesso ad aggravare il disordine che denuncia. Si sente l’odore del marcio, ma non nasce mai niente.
E arriviamo a Salis. Il punto non è partecipare al coro dei fan di Preziosi — li odio — né fare il moralista. Non ho nessuna difficoltà a dire che, rispetto alle alternative, e anche in funzione anti-Meloni, potrei pure votarla. Ma proprio per questo non sento il bisogno di raccontarmela.
Perché a me Silvia Salis appare esattamente come il prototipo di questa sinistra qui: composta, pettinata, levigata, perfettamente spendibile, mediaticamente in ordine, istituzionalmente rassicurante, abbastanza nuova da poter essere venduta come aria fresca e abbastanza compatibile da non disturbare nessun tavolo che conti.
Politicamente? Non dico innocua, sarebbe troppo semplice.
Dico: perfettamente coerente con un mondo che ha smesso di cercare rappresentanti e ormai seleziona interfacce per raccogliere consenso di cui non sa bene che farne.
Se poi la devo dire come la dovrebbe dire un genovese, per me Salis incarna il prototipo della refiosa. Ma nel senso letterale, non da macchietta. Non la stronza da commedia. Non la figurina snob buttata lì per insultare.
È quella che entra in una stanza e, senza fare niente di apertamente sgradevole, ti fa sentire subito la distanza. Non per forza con cattiveria. A volte persino con educazione impeccabile. Ma la distanza c’è. È in come sta ferma, in come si tiene, in come ti guarda, in come sembra non perdere mai il controllo del tono, del corpo, della situazione. La doriana perfetta (scusate ma ci vuole, basta vedere la faccia quando ne parla).
Ecco: a me Salis dà quella sensazione lì.
Non di una che esprime una forza politica piena, viva, contraddittoria, popolare.
Ma di una figura sorvegliatissima, tutta composizione, misura, filtro, gestione della propria immagine. Una che, più che stare nel conflitto, sembra progettata per amministrarlo senza farsene toccare.
Poi magari amministrerà anche bene, per carità.
Ma il punto politico è un altro.
Il punto è che se oggi il formato ideale della sinistra è questo, allora il problema non è solo Salis.
Il problema è che la parte della sinistra da cui Salis proviene non sogna più di cambiare i rapporti di forza: sogna di abitarli con eleganza.
Non vuole più rappresentare il casino del mondo: vuole governarlo tenendo il punto, il tono e la piega.
Non cerca più persone che sappiano esprimere un popolo: cerca figure che sappiano non disturbare il pubblico giusto.
La destra cavalca la paura promettendo protezione.
Questa sinistra la amministra promettendo decoro.
Da una parte hai chi urla per comandare. Dall’altra chi leviga per non sporcarsi.
In mezzo, troppo spesso, della politica non resta la sostanza: resta il pacchetto profumato. Refioso.