Come si può immaginare e dare sembianze ad un volto di cui da anni conosci solo il nickname?
Fosse stata una donna, un incontro al buio modello Tinder, lo avresti potuto disegnare con la matita, connotare i tratti e i risvolti, come quando ti chiamano al commissariato a tracciare un identikit.
Prima però occorre trovare la strada dove ci si possa incontrare, non per realizzare un sogno, ma per pagare un vecchio e virtuale debito.

Scendere nella stazione sotterranea di Milano Dateo equivale alla discesa negli inferi, e risalire in superficie offre la stessa sensazione di riemergere dall'acqua dopo essere stato in apnea per minuti senza bombole di ossigeno.
Un solo distributore di biglietti ferroviari di TreNord , una compagnia ferroviaria nemmeno lontana parente della Csd cecoslovacca, che fa sembrare i treni regionali Rock, come le navicelle di SpaceX.
Al gabbiotto all'ingresso dietro vetri oscuri, un uomo maneggia un cellulare e quando oso avvicinarmi , alza un dito e mi indica un foglio esposto all'esterno:
"Non forniamo informazioni".
Un pò come se vai al Pronto Soccorso e ti scrivono all'Ingresso, "Non ricoveriamo nessuno"
Il motivo per cui lavora là dentro quell'uomo si può tranquillamente associare e aggiungere al segreto di Fatima.
La macchinetta emettitrice non indica in nessun modo, con nessun metodo, nemmeno con la ricerca veloce, il nome della fermata Novate Milanese, tanto che non so come riesco a fare un biglietto per una destinazione diversa dalla prescelta, ma che almeno iniziasse con N.

"Quale treno va a Novate?", mi sono chiesto nel più amletico dei dubbi?
Nessun tabellone, inesistenti indicazioni nell'androne somigliante alla Bagrationovskaja, e nemmeno quei manifesti enormi che raccolgono gli orari ferroviari di un'intera giornata ai lati di un qualsiasi binario.
Quando imbocco una scalinata, ha inizio l'inferno, con una sola grande differenza:
Fa un freddo glaciale.
La stazione è buia, tetra , sembra un cimitero quando il custode alle 17.30 chiude i cancelli, con decrepiti rivestimenti in alto che hanno gli stessi colori dell'All England Club di Wimbledon, ma che con l'erba londinese non hanno nulla a che vedere.
Le luci fioche e soffuse nemmeno tutte accese, sono tutt'altro che illuminanti e su quel binario 1, cerco un tabellone per sapere dove imboccare la S3.
Sotto un porticato illuminato come il sole a Mezzanotte, intravedo gli orari e scopro che la direzione è Saronno come l'Amaretto.
Una signora che poi scoprirò essere ucraina, si chiude nel suo cappottone ed è allora che capisco di trovarmi non in una stazione della sotterranea di Milano, non nella città della moda, non a casa di Armani e di Silvio ma a Minsk in Bielorussia.
Lo stridio dei binari dei treni copre interamente le voci dei pochi temerari che si avventurano in questa stazione, e non oso immaginare cosa succede qui di notte specie se si fosse soli o a frequentarla fosse una donna indifesa.

Il treno arriva in ovvio ritardo, e tra gli scompartimenti nessun display ti annuncia dove sei e quale è la prossima fermata.
Cosa farebbe uno svedese in queste condizioni?
E un anziano di Caltanissetta dove dovrebbe scendere se non c'è un minimo di informazione, nemmeno la voce meccanica, non annuncia niente di niente?
Mi tocca chiedere ad una ragazza che ha dato buca a scuola, quale e quando ci sarà la fermata di Novate , tutt'altro che ridente cittadina dell'hinterland milanese.

La stazioncina è la classica di sempre, non chiedevo certo di vedere la fermata di Gamla Stan ,ed è l'immancabile bar gestito dai cinesi, ad annunciarmi che il cosiddetto centro è a 2 km.
Un bar tabacco è chiuso ma c'è gente che parlotta fuori, poi intravedo sotto dei portici che mi sembrano quelli di Scampia, un bar dal nome che sa di sport:
Play off.
Entro , chiedo un caffè e se c'è la Gazzetta da leggere in attesa che Bortolazzi venga.
"Non ci occupiamo di sport", mi dice perentorio il gestore del bar che almeno non è cinese.
"E perchè ti chiami Play off e non Bar Luna", avrei voluto chiedergli.

Come mi avrebbe riconosciuto Mario se fossimo stati in 50 e non in tre in quel bar play off?
Se solo avessi aperto bocca avrebbe capito che forse ero un parente lontano di Preziosi, per i Genoani prima salvatore del titolo 1893 e poi immondezzaio da interrare in una terra del fuoco.
Ma non c'erano problemi:
Mario entra e nota un cappellino del Deportivo a coprire non l'accento ma i capelli.

Appena lo guardo, noto una somiglianza particolare:
Me lo ero immaginato nei giorni precedenti in elegante camicia e cravatta intonata, con un accento milanese inconfondibile e chissà il Corriere della Sera nella tasca dell'impermeabile targato Tommy Hilfiger.
La sua finezza nel descrivere le situazioni intorno al Genoa mi avevano colpito, ed ero curioso di scoprire se quando scriveva usasse la bic o la stilografica.
Solo dopo nel viaggio di ritorno verso Milano, ho focalizzato la sua immagine e mi sono ricordato dove lo avevo visto e chi mi ricordava:
Curzio Maltese.

Invece di scoprire come tirasse le punizioni Bortolazzi, è stato Mario a sorbirsi le filippiche di un genoano foresto e pur sempre di serie B.
Non so perchè ma con lui mi sentivo libero di esprimere le mie idee dopo due anni di arresti domiciliari e uno di 41 bis in isolamento pomeridiano.
Non dovendolo iscrivere al Club dei Nuovi Vedovi e in attesa che la tipografia mi consegni le prime sciarpe del "Club 3000 Euros Everyday", di cui sono il fondatore e il presidente nonché unico socio, la discussione è scivolata sul Genoa che verrà e non su quel che è stato e dimenticato.
Quando Cristiano paga quasi 6 euro per due caffe a momenti svengo ,ma in più c'erano i chewingum, che avrebbe utilizzato dopo avermi ascoltato per quasi mezz'ora come un possesso palla del Genoa made in Francia.

L'immancabile cinesina del bar della stazione di Novate mi vende un biglietto della Tre nord per Milano Dateo:
Costo 2.20 e non 4 come lo avevo pagato all'andata per chissà quale destinazione sconosciuta.

Sullo pseudo treno di ritorno, una voce microfonizzata mi annuncia che la prossima stazione è Milano Dateo, ma io con la memoria sono a Hauptbahnhof , che salgo le scale mobili fino al terzo piano per prendere la S-Bahn salire sulla linea Ring, passare a Treptower Park, salutare i caduti sovietici prima di entrare a Berlino, ignoro la fermata, chiudo gli occhi e scendo alla prossima:
Porta Venezia
Un nome un programma ed è tutto dire.
Ianna

    È sempre un piacere essere. Essere comunità, grazie anche al Genoa.
    Ciao Pasquale

    Ianna

    Il bar Play Off di Novate Milanese, incastrato tra la stazione e un’anonima fila di palazzi anni ’70, sembrava quel genere di posto che aspettava il momento giusto per diventare indimenticabile. L’aroma di caffè bruciato, il silenzio assordante, il tintinnio distratto di tazzine sbeccate: tutto contribuiva a creare l’atmosfera sospesa di una mattina qualunque. O quasi.

    Ianna era già lì. Cappellino sulla testa, sciarpa rossoblù avvolta con cura attorno al collo, sguardo vagamente inquisitore rivolto verso l’ingresso. Aveva scelto l’angolo nascosto, un territorio di confine in cui si rifugiavano gli indecisi e gli osservatori. Aveva ordinato un caffè, ma più per occupare le mani che per il gusto. Aspettava. Ed era uno che odiava aspettare.

    Alle 11:32 – qualche minuto dopo aver ricevuto l'indicazione via sms – la porta si aprì con una ventata gelida, e un uomo trafelato fece il suo ingresso. Giaccone aperto, viso arrossato, barba incolta. Bortolazzi.

    Ianna lo riconobbe subito. C’era qualcosa in quell’aria goffamente sicura, in quel passo affrettato e nel sorriso imbarazzato, che parlava di un uomo che aveva passato troppo tempo a rispondere tardi ai messaggi ma che, quando contava davvero, arrivava.

    «Ianna?» chiese Bortolazzi, senza nemmeno togliersi il giaccone.

    «In carne e ossa», rispose l’avellinese, accennando un mezzo sorriso. «Aspettavo da tempo questo incontro, ma immagino che per uno di Genova, che ritiene la sua città l’ombelico del mondo, questo sia poco importante!»

    Bortolazzi rise, accomodandosi sulla sedia senza perdere tempo. «Beh, almeno sono arrivato. E comunque, io sono scappato da Genova per il carattere di noi genovesi…»

    Quelli che scrivevano sul fu Muretto erano un microcosmo unico: gente di ogni provenienza, unita dalla stessa fede calcistica e da un’ironia spesso al limite della decenza; gli "intrisi di alcol e di livore", come "uno" li aveva goffamente nominati. Ma Ianna in quello spazio era una leggenda. Non solo perché scriveva con una passione che trasudava da ogni virgola, ma perché aveva trasformato la sua lontananza geografica in un punto di forza.

    «Finalmente riusciamo ad associare un volto ad un nickname» disse Bortolazzi, appena seduto.

    Ianna si sistemò sulla sedia, e da lì partì un fiume di racconti. Parlò di Franco Scoglio, “il Professore”, con cui aveva avuto il privilegio di scambiare due parole durante un allenamento. Di Davide Scapini, figura mitica dietro le quinte del club, capace di gesti ineguagliabili. Di tutti gli altri frequentatori di Quelli del Muretto, con cui aveva condiviso anni di discussioni, litigi, e amicizie cementate da un amore comune.
    Bortolazzi ascoltava, rapito. Ogni tanto annuiva, ogni tanto interveniva con una battuta, ma perlopiù lasciava che Ianna riempisse lo spazio con la sua voce.
    E poi Ianna raccontò della cronaca dal tribunale di Treviso per il quasi fallimento e della riconoscenza dei genoani per quelle informazioni così vitali in quel momento. Tifosi genoani e genovesi, che per il campano erano troppo chiusi, troppo lenti ad aprirsi all'"extra ligure". Troppo diversi, noi, sempre diffidenti e parchi nelle esternazioni, dall'uomo del sud, caloroso, avvolgente.

    E poi si passa alle richieste di Marmorato. «Ha avuto il coraggio di chiedermi come mai uno di Avellino è tifoso del Genoa! il “Pulitzer al pesto”. Giornalisti genovesi che si credono più acuti di una lama appena affilata, ma che alla fine si fermano sempre lì: “Perché non il Napoli? Perché non la Juve?” Ma il Genoa, capisci, è un richiamo. È come il mare per chi vive lontano. Non lo scegli, è lui che sceglie te.»

    Ma quando la conversazione scivolò sul presente, sul Genoa attuale, gli occhi di Ianna si accesero di una luce diversa, più tagliente.

    «E poi c’è Gilardino», esordì con un tono che fece capire subito a Bortolazzi che non sarebbe stata una parentesi breve. «O, come lo chiamo io, Pippardino.»

    «Perché “Pippardino”?» chiese Bortolazzi, con tono provocatorio.

    «Perché è una pippa. Dai, ammettilo! Cos’ha mai fatto? Ha preso una squadra con una storia gloriosa, con allenatori che hanno insegnato calcio – Gasperini, Scoglio, Bagnoli – e l’ha ridotta a uno spettacolo indegno. Uno schema non l’ha mai fatto. Sai qual è la sua tattica? “Palla a Gudmundsson ed esulta”. Oppure il lancione lungo per Thorsby, come se fossimo una squadra da Serie D. E questa sarebbe una filosofia di gioco?»

    Ianna non si fermò. Era un fiume in piena. «Non solo non merita gli onori che gli hanno dato, Million dollar man, ma è anche il motivo per cui ho iniziato a staccarmi dal Genoa. Da quando è arrivato lui, non ho più voglia di guardare le partite. E sai quanto mi costa ammetterlo? Io, che per il Genoa ho perso voce, sonno e pure qualche amico. Ma con Gilardino in panchina non c’è più passione. Solo noia. Una noia che non ha pari nella nostra storia centenaria.»

    Bortolazzi lo ascoltava in silenzio, cercando di trattenere un sorriso. Non perché non fosse d’accordo – in parte lo era, anche se resta sempre convinto che i risultati nel calcio sono quello che fa la differenza – ma perché quella veemenza, quella passione, erano il motivo per cui amava leggere Ianna su Quelli del Muretto. Era uno che non si limitava mai. O tutto o niente. O bianco o nero. O sei con lui o sei contro di lui.

    Alle 12:30 si ritrovarono davanti alla stazione, ognuno con il proprio itinerario di ritorno.
    Si strinsero la mano, senza grandi promesse; perchè da uomini di mare, le promesse se le porta via il vento. Si separarono, con decisione. L'incertezza avrebbe aperto la strada ad un altro aneddoto e poi un altro ancora e uno avrebbe perso il treno, e l'altro sarebbe stato licenziato.
    E allora via, verso Novegro, dove lo aspettava la moglie (santa donna!), l’altro verso l’ufficio. Ma entrambi con la sensazione che, per un'ora, la distanza tra Nord e Sud si fosse accorciata, che la grande diversità tra un introverso e un guascone si fossero annullate almeno quanto basta per farci stare una squadra di calcio, un po’ di nostalgia e due cuori rossoblù.

      Bortolazzi

      Caspita, quanta letteratura esce da questi incontri clandestini!
      Se invece di Ianna incontravi una Natascia Rostova o una Lara Antipov ne usciva un romanzo immortale.

      Bortolazzi
      Sono molto contento del vostro incontro e hai scritto molto bene rendendo l'atmosfera, le sensazioni, la piacevolezza.❤️💙
      Avendo solo sentito Pasquale al telefono l'ho sempre sentito accorto, rispettoso, con cura di non interferire nel privato altrui.
      Grazie .

      Non vedo l'ora di poter incontratre un mattoncino, chi e' il prossimo che per sbaglio passa da Miami? 😇
      Con affetto.
      Mirko

        Kbredblue mattoncini però no dai.😎 siamo orgogliosamente livorosi e intrisi.

          Bortolazzi ma perché aveva trasformato la sua lontananza geografica in un punto di forza.

          Il più grande dei writers (e scrittori) del Fu Muretto e ora Qdm, un giorno mi regalò un libro.
          Forse solo per Amicizia, sicuramente per stima, e anche perchè quando lustri fa lo andai a trovare nella sua meravigliosa casa nel centro di Genova, gli portai una maschera veneziana, che al fianco del grande naso di cartapesta aveva tra il rosso e il blu della faccia, un voluminoso oro.
          La mise subito alla parete e anche se non era un Grifone, si notava subito che vigilava imponente seppur appeso ad un chiodo.

          E' bastato un incontro di mezz'ora, per sbloccare vecchi aneddoti e nuove scritture.
          Prima nell'interregno simile ad una risaia piemontese, si notificava come un cancelliere annoiato.
          Ora grazie ad un Napoleone di colore, si sciorinano versi e odi.
          "Notare le differenze", scriveva la Settimana Enigmistica.

          Il tutto sotto una nuova luce, in una diversa dimensione che lascia spazio alla mente e fa scorrazzare le penne come terzini sulle fasce e cavalli in paddock.
          Liberi di andare come animali senza guinzagli e scarpe senza lacci e lacciuoli.
          Come un click sulla catena di una bici, come se un secondino ti aprisse la cella e ti dicesse che sei libero.

          L'involuzione è scomparsa ed è solo un brutto ricordo.
          L'evoluzione è tornata prepotente , dominante carica di entusiasmo, passioni e orizzonti.
          Mi sento Darwin dopo essere stato Cospito.
          Di questo non sono l'artefice ,ma il portavoce e non posso che esserne contento.

          L'aria che almeno io respiro è quella dell'alba, del nuovo giorno, e non quella putrida e stantia di un monotono pomeriggio a recitare rosari in dormiveglia.
          E' bastato un omone nero, con un sorriso e un faccione a destare atmosfere e entusiasmi sopiti.
          Il 19 Novembre 2024 è stato il mio 25 Aprile 1945.
          Insomma un nuovo 21 Marzo 1963.

          "Per essere veri Genoani non è necessario essere nati a Genova", mi scrisse Nemesis lo scrittore genoano più bravo di tutti.

          "Grazie Mario" alla Parisina da Non ci resta che piangere.
          Ti aspetto a Venezia Mario, Nord est, Italia e non Milano Dateo Minsk Bielorussia e men che meno Novate Milanese direzione Saronno come l'Amaretto.

          "Il Racconto a quattro mani" dalle mie due, per me, può dirsi concluso.

          Ianna

            Ianna

            Nel podcast "Tintoria" sono soliti dire: "basta un click".
            Aspettiamo quello del lucchetto di mashiro... 😉

            • mashiro ha risposto a questo messaggio
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              mashiro ha chiuso la discussione .